Poesia

The yellow revolution, acrilico su tavola, 152x92, 2010
The Yellow Revolution
1° marzo 2010, Sant’Albino.
Il nome del Papa che ride per
una manciata di poche lune,
di uno zio ricco di cuore, che
mi voleva proteggere e crescere.
Dall’alba chiara di questo giorno
di sole, nasce una speranza
per il futuro, che si mescola
tra i colori non più solo primari,
di una tavolozza povera e stanca.
Speranza di gioia, che risplende
e riflette oggi il colore del sole.
Il giallo si sparge e colora le
piazze del Paese, che era bello una
volta, quando ’o sole era mio.
Ma il tempo passa, e segna
il destino degli uomini, anche di
quelli che vogliono impugnare
i fucili, pensando di fare i padroni
in una casa, che non è più solo loro.
Una volta, non lontana, eravamo
noi quelli che coloravano di nero
i volti della miseria, impressa sui
teschi dei nostri ricordi più cari.
Quelli che male odoravano di
sporco e di sudore nero, ma fiero.
Oggi, ora, sono loro che hanno
preso il posto nostro e che meno
sembrano soffrire per quel nero
che confonde il pulito dallo sporco.
Nostro lo sporco, che in ogni modo
resta per tutti, il nero di persone
che soffrono, ignorati dal pallore
di un sole malato, che annebbia
la vista ai bianchi cristiani, ma
accende una luce sulla pelle
di chi lotta con forza, sulla pelle
nera, illuminata di giallo speranza.
Ecco che esplode il nuovo colore,
un colore caldo, di passione e di
rabbia vera, ma pacifica, perché
abituata a servire e ad inchinarsi,
un colore di gioia, un colore solare,
il giallo di un sole che ride.
Teste belle come statue scolpite
nel legno più nero, colli lunghi
e dritti come i fusti di un Baobab,
braccia lunghe e forti come i suoi
rami, tutto abbellito con la fierezza
più sincera e regale, dall’oro più antico.
Il giallo di un oro che nei secoli
era stato più loro che nostro,
di brillanti pietre che a loro abbiamo
rubato e sottratto con l’inganno.
Eccoli ora, forti e sicuri della loro
origine divina, sfilare con il giallo
di un cotone o di una lana, o
semplicemente con un giallo di
chimica provenienza, per chiedere
a squarciagola di essere uguali a noi.
Noi, che in virtù di un colore più
chiaro ma non per questo più utile,
abbiamo relegato l’uso del nero
agli sfondi più celebri, dimenticando
che anche il bianco, di notte, si colora
di nero e quindi si mescola e si unisce
agli altri, che tutti sembrano uguali.
Ma anche sotto l’accecante bagliore
di un mezzodì, il bianco e il nero
si affratellano e tu non sai più dov’è
l’uno o l’altro. Tutto sembra per
magia, o tutto bianco o tutto nero.
Questo è il senso e il gusto di
un’estetica da tempo insegnata poco
e troppo in fretta dimenticata dalla
scuola bianca, quella più fortunata.
L’ora è giunta per voi, fratelli neri
di pelle, ma di sangue rosso e uguale
al nostro. L’ora è giunta per voi,
fratelli neri di pelle, ma bianchi
nelle viscere affamate e bianchi
nelle gole assetate. Bianchi voi
come noi dentro la testa che pensa
e che soffre e che si dispera nel
silenzio di una infinita ed estenuante
dignità. Incolore. Insapore. Ignorata.
Oggi, 1° marzo 2010, Sant’Albino.
Nel suo nome e con il suo aiuto,
voi vi unite per gridare e dire basta
alla cieca e sorda e bianca-neutra
indifferenza nostra. Bianca, ma sporca
di vergogna, la nostra amata patria.
Io mi unisco a voi, cari fratelli,
mi unisco al coro vostro per gridare
insieme la rabbia, che è anche la
mia rabbia. Mi unisco al coro vostro
per chiedere pari diritti, che sono i
primi nostri doveri. Doveri bianchi
per i diritti neri e doveri neri per i diritti
di tutti. Mescolati poi, su una tavolozza
sempre più piccola e sempre più
tinta di colori diversi e dove il bianco
non è più la luce pura, usata per colorare
il nostro Dio, ma il nero e il giallo anche
sono da usare, per meglio rappresentare
le divinità di tutti e che di tutti vanno
rispettate e garantite le espressioni.
Uniamoci in questo giorno di festa,
che si spera, diventi negli anni a venire,
il giorno di un ricordo da perpetuare.
Il giorno dei diritti e dei doveri per tutti.
Un giorno nuovo quello di oggi,
un giorno di luce, un giorno tinto di sole.
Un giorno, dove questa rivoluzione,
diventi per tutti, una gialla lezione di vita.
1° marzo 2010, Sant’Albino.
Il nome del Papa che ride per
una manciata di poche lune,
di uno zio ricco di cuore, che
mi voleva proteggere e crescere.
Dall’alba chiara di questo giorno
di sole, nasce una speranza
per il futuro, che si mescola
tra i colori non più solo primari,
di una tavolozza povera e stanca.
Speranza di gioia, che risplende
e riflette oggi il colore del sole.
Il giallo si sparge e colora le
piazze del Paese, che era bello una
volta, quando ’o sole era mio.
Ma il tempo passa, e segna
il destino degli uomini, anche di
quelli che vogliono impugnare
i fucili, pensando di fare i padroni
in una casa, che non è più solo loro.
Una volta, non lontana, eravamo
noi quelli che coloravano di nero
i volti della miseria, impressa sui
teschi dei nostri ricordi più cari.
Quelli che male odoravano di
sporco e di sudore nero, ma fiero.
Oggi, ora, sono loro che hanno
preso il posto nostro e che meno
sembrano soffrire per quel nero
che confonde il pulito dallo sporco.
Nostro lo sporco, che in ogni modo
resta per tutti, il nero di persone
che soffrono, ignorati dal pallore
di un sole malato, che annebbia
la vista ai bianchi cristiani, ma
accende una luce sulla pelle
di chi lotta con forza, sulla pelle
nera, illuminata di giallo speranza.
Ecco che esplode il nuovo colore,
un colore caldo, di passione e di
rabbia vera, ma pacifica, perché
abituata a servire e ad inchinarsi,
un colore di gioia, un colore solare,
il giallo di un sole che ride.
Teste belle come statue scolpite
nel legno più nero, colli lunghi
e dritti come i fusti di un Baobab,
braccia lunghe e forti come i suoi
rami, tutto abbellito con la fierezza
più sincera e regale, dall’oro più antico.
Il giallo di un oro che nei secoli
era stato più loro che nostro,
di brillanti pietre che a loro abbiamo
rubato e sottratto con l’inganno.
Eccoli ora, forti e sicuri della loro
origine divina, sfilare con il giallo
di un cotone o di una lana, o
semplicemente con un giallo di
chimica provenienza, per chiedere
a squarciagola di essere uguali a noi.
Noi, che in virtù di un colore più
chiaro ma non per questo più utile,
abbiamo relegato l’uso del nero
agli sfondi più celebri, dimenticando
che anche il bianco, di notte, si colora
di nero e quindi si mescola e si unisce
agli altri, che tutti sembrano uguali.
Ma anche sotto l’accecante bagliore
di un mezzodì, il bianco e il nero
si affratellano e tu non sai più dov’è
l’uno o l’altro. Tutto sembra per
magia, o tutto bianco o tutto nero.
Questo è il senso e il gusto di
un’estetica da tempo insegnata poco
e troppo in fretta dimenticata dalla
scuola bianca, quella più fortunata.
L’ora è giunta per voi, fratelli neri
di pelle, ma di sangue rosso e uguale
al nostro. L’ora è giunta per voi,
fratelli neri di pelle, ma bianchi
nelle viscere affamate e bianchi
nelle gole assetate. Bianchi voi
come noi dentro la testa che pensa
e che soffre e che si dispera nel
silenzio di una infinita ed estenuante
dignità. Incolore. Insapore. Ignorata.
Oggi, 1° marzo 2010, Sant’Albino.
Nel suo nome e con il suo aiuto,
voi vi unite per gridare e dire basta
alla cieca e sorda e bianca-neutra
indifferenza nostra. Bianca, ma sporca
di vergogna, la nostra amata patria.
Io mi unisco a voi, cari fratelli,
mi unisco al coro vostro per gridare
insieme la rabbia, che è anche la
mia rabbia. Mi unisco al coro vostro
per chiedere pari diritti, che sono i
primi nostri doveri. Doveri bianchi
per i diritti neri e doveri neri per i diritti
di tutti. Mescolati poi, su una tavolozza
sempre più piccola e sempre più
tinta di colori diversi e dove il bianco
non è più la luce pura, usata per colorare
il nostro Dio, ma il nero e il giallo anche
sono da usare, per meglio rappresentare
le divinità di tutti e che di tutti vanno
rispettate e garantite le espressioni.
Uniamoci in questo giorno di festa,
che si spera, diventi negli anni a venire,
il giorno di un ricordo da perpetuare.
Il giorno dei diritti e dei doveri per tutti.
Un giorno nuovo quello di oggi,
un giorno di luce, un giorno tinto di sole.
Un giorno, dove questa rivoluzione,
diventi per tutti, una gialla lezione di vita.

Le ossa di tutti, acrilico su tela, 120x100, 2010
Le Ossa di Tutti
Ossa bucate dal gelido vento del nord,
ossa bucate da un filo anch’esso spinato,
ossa private della carne, ossa che sventolano
come bandiere cariche di fiera identità.
Ossa consumate dall’acqua non più pioggia
che scende dolce, ma urina sporca
e nera di odio, che corrode e scioglie
la pelle e l’osso che incontra durante il
suo biondo perfido tragitto.
Pioggia come piscio e piscio come pioggia,
che scorre a fiumi dalla canna dolce
di un organo ariano e che batte e che buca e
umilia senza alcuna pietà, quello che resta
di umane diversità, infrante per sempre,
da una calda e sana maleodorante malvagità.
Ossa sparse, ossa dimenticate, ossa bruciate,
ossa disprezzate, ossa calpestate, ossa derise,
ossa che un tempo erano di mia madre e
di mio padre, di mio fratello e di mia sorella
e anche di mia nonna, quella dello strudel.
Ossa, che prima di essere ossa, erano carne
della mia carne, erano la forza e il nutrimento
del mio essere, erano uomini e donne che
gioivano e piangevano protetti dai loro
affetti e da quotidiane storie.
Storie che sono quotidiane di tutti noi,
affetti come li viviamo tutti noi,
gioie e pianti come li abbiamo tutti noi,
ossa, che prima di allora e anche ora,
siete ritornate a vivere nella memoria,
le persone di allora.
Ossa bucate dal gelido vento del nord,
ossa bucate da un filo anch’esso spinato,
ossa private della carne, ossa che sventolano
come bandiere cariche di fiera identità.
Ossa consumate dall’acqua non più pioggia
che scende dolce, ma urina sporca
e nera di odio, che corrode e scioglie
la pelle e l’osso che incontra durante il
suo biondo perfido tragitto.
Pioggia come piscio e piscio come pioggia,
che scorre a fiumi dalla canna dolce
di un organo ariano e che batte e che buca e
umilia senza alcuna pietà, quello che resta
di umane diversità, infrante per sempre,
da una calda e sana maleodorante malvagità.
Ossa sparse, ossa dimenticate, ossa bruciate,
ossa disprezzate, ossa calpestate, ossa derise,
ossa che un tempo erano di mia madre e
di mio padre, di mio fratello e di mia sorella
e anche di mia nonna, quella dello strudel.
Ossa, che prima di essere ossa, erano carne
della mia carne, erano la forza e il nutrimento
del mio essere, erano uomini e donne che
gioivano e piangevano protetti dai loro
affetti e da quotidiane storie.
Storie che sono quotidiane di tutti noi,
affetti come li viviamo tutti noi,
gioie e pianti come li abbiamo tutti noi,
ossa, che prima di allora e anche ora,
siete ritornate a vivere nella memoria,
le persone di allora.
Note:
Scritta alle ore 24 e finita alle ore 0.40 del 08/02/2010 in memoria della giornata mondiale della Shoah.
Per non dimenticare mai l’orrore di un olocausto che ha coperto di inconfessabile vergogna l’intera umanità.
Affinché questo ricordo, resti sveglio e vigile per sempre, senza indulgenti scadenze, perché quando si dimenticherà di ricordare o anche solo quando si abbasseranno i toni dell’indignazione più ferma e sincera, allora vuol dire che questa sanguinaria umanità, è pronta ad altre strane e assurde atrocità.
Scritta alle ore 24 e finita alle ore 0.40 del 08/02/2010 in memoria della giornata mondiale della Shoah.
Per non dimenticare mai l’orrore di un olocausto che ha coperto di inconfessabile vergogna l’intera umanità.
Affinché questo ricordo, resti sveglio e vigile per sempre, senza indulgenti scadenze, perché quando si dimenticherà di ricordare o anche solo quando si abbasseranno i toni dell’indignazione più ferma e sincera, allora vuol dire che questa sanguinaria umanità, è pronta ad altre strane e assurde atrocità.
